martedì 11 dicembre 2012

Il Pinot Nero Giorgio Odero
di Frecciarossa:
appunti dalla serata del 09/11/2012

Quando si è appassionati di vino, a furia di girare tra rossi da tagliare col coltello e bianchi della Nuova Zelanda, tra vitigni internazionali e sconosciuti autoctoni, si raggiungono alcuni punti fermi. Uno di questi è il Pinot Nero: croce e delizia dei vignaioli ma anche dei consumatori, vitigno tanto difficile quanto eclettico. L’unico al mondo da cui si possono trarre vini rossi, bianchi, frizzanti e spumanti di altissimo livello. Ed ecco che a OltreLaStoria, dopo un altro campione come il Riesling Renano, e dopo il Pinot Nero in versione Metodo Classico, è approdato il Pinot Nero vinificato in rosso.

In Oltrepò Pavese la produzione di Pinot Nero vinificato in rosso non ha una storia secolare: qui il nobile vitigno borgognone è quasi sempre stato utilizzato per ottenere bollicine di varia natura e qualità. Attorno al 1980, alcune aziende dell'Oltrepò Pavese, fra le quali Frecciarossa, hanno creduto nella possibilità di produrre un grande vino rosso dai propri vigneti di pinot nero.

La reale vocazione del territorio oltrepadano alla produzione di Pinot Nero vinificato in rosso e la precisa individuazione dei suoi tratti peculiari sono discorsi particolarmente complessi che meriterebbero un articolo apposito. Qui mi limito a due brevi osservazioni: la prima riguarda il disciplinare, che - purtroppo - permette di produrre Pinot Nero in rosso ovunque sul vastissimo ed eterogeneo territorio della DOC. Da questo punto di vista, grande importanza e utilità ha avuto nel 2008 la pubblicazione della "Guida all'utilizzo della DOC Pinot Nero in Oltrepò Pavese", contenente l'ottimo lavoro di zonazione condotto dal Consozio (allora diretto da Carlo Alberto Panont) con la collaborazione del professor Attilio Scienza dell'Università degli Studi di Milano.

Per quanto riguarda la personalità del Pinot Nero dell'Oltrepò Pavese, invece, le mie esperienze degustative hanno rilevato negli esempi più riusciti (come il Giorgio Odero) una "spalla" notevole che però non fa perdere in eleganza, ovvero una delle doti alle quali un Pinot Nero non può rinunciare. A livello aromatico, sovente si percepiscono maggiormente i piccoli frutti rossi rispetto a quelli neri, marcate note terrose di sottobosco e sentori primari di spezie a prescindere dall'eventuale apporto del legno.

Il Pinot Nero Giorgio Odero nasce - sotto la supervisione tecnica dell'enologo Gianluca Scaglione - dall'assemblaggio di uve provenienti da cinque vigneti siti nel comune di Casteggio su terreni calcareo-argillosi con esposizione Nord-Est e Sud-Ovest. I terreni aziendali e i cloni utilizzati sono ben evidenziati nella mappa reperibile sul sito dell'azienda.

Mentre Giorgio Liberti stappa il Frecciarossa Brut per l'aperitivo, la sala del Prato Gaio si riempie. Si comincia con la presentazione dell’azienda da parte del direttore commerciale Giuseppecarlo Vercesi e dell'incantevole Valeria Radici Kent, nipote di Giorgio Odero, che narra le tappe salienti della gloriosa storia di Frecciarossa. L'azienda, fondata dal genovese Mario Odero nel 1919, ricevette grande impulso negli anni successivi dall'opera del figlio Giorgio, ottenendo prestigiosi successi nazionali e internazionali grazie alla qualità dei vini e alle lungimiranti politiche commerciali. E proprio a Giorgio Odero è dedicato il Pinot Nero di Frecciarossa, che si presenta a OltreLaStoria con quattro annate: 2008, 2007, 2005 e 2003.

La battuta di vitella piemontese accoglie degnamente il Giorgio Odero 2008. Giovane virgulto, fatica un po’ a concedersi prima di rivelare il suo corredo di frutti di bosco, sostenuti da un’acidità ben bilanciata, con le note minerali date dal terreno e quelle di liquirizia date dal legno (dodici mesi di barrique per la maggior parte di secondo e terzo passaggio) che premono per mettersi in mostra. Assaggiato qualche mese fa sembrava già pronto, ora invece dimostra di avere bisogno di tanta bottiglia per esprimersi al meglio. Ma questo è il Pinot Nero, volubile come una contessa annoiata.

Arriva il 2007: annata dal clima regolare, e il bicchiere restituisce un Giorgio Odero encomiabile per nitidezza di frutto, con prugna e mirtillo ancora esuberanti, china e liquirizia e una curiosa nota agrumata, insomma un gran Pinot Nero che troverà ancor più equilibrio e pacatezza nel corso degli anni. Il tortino di patate e cardo gobbo con fonduta di taleggio gli rende onore. L’interesse è vivo, in attesa della bottiglia che si rivelerà il clou della serata.

Il Giorgio Odero 2005, infatti, è il vero stato dell’arte del Pinot Nero di casa Frecciarossa: la dimostrazione di quali grandi risultati può raggiungere il giusto missaggio fra terroir, andamento stagionale e lavoro dell’uomo. Perché il bello di questo vino è la sua inconfondibile oltrepadanità: niente paragoni, please, e niente banali ironie. Una grande, grandissima espressione di Pinot Nero, infinito nelle sfumature olfattive, esemplare per equilibrio e per corrispondenza tra naso e bocca, straordinario nella finezza della trama tannica, suadente e deciso allo stesso tempo, definito e saldo senza ammiccamenti e infingimenti, ampio e armonico, spettacolare nella chiusura con un finale interminabile e applausi scroscianti come si conviene a una star mentre cala il sipario. Applausi che vogliamo estendere alla chef Daniela Calvi perché gli gnocchi allo zafferano con ragù di gallina erano semplicemente sontuosi.

L’ultima bottiglia in programma è il Giorgio Odero 2003: estate torrida, senza pioggia e senza escursioni termiche tra giorno e notte, cioè il peggio che possa capitare a un vitigno come il pinot nero così poco propenso a lasciarsi maltrattare dalla natura. Ma Frecciarossa, come ricordavo più sopra, ha il vantaggio di avere vari appezzamenti piantati con uve pinot nero, anche a nord e nelle posizioni più fresche, salvifiche in questo caso per evitare il crollo dell’acidità e l'inibizione dei profumi. Il risultato sorprende: polpa e alcol si sentono più che nelle altre annate, ma l’eleganza non manca e il vino, pur avendo un profilo aromatico un poco monolitico, si mostra di assoluta piacevolezza e perfettamente abbinato all’anatra ripiena che chiude la degustazione ufficiale, lasciando spazio alla zuppetta di cachi con infusione di cioccolato fondente e gelato alla cannella, al caffè e alle chiacchiere finali accompagnate dalla musica di Ian Kent and the Immigrants.

Francesco Beghi

Ringraziamo Mauro Rossini per le fotografie.